Ammortizzatori, un’idea per la riforma
1 commentodi Salvatore Pirrone | 1 commento

1/2009
È la riforma strutturale attesa da anni. Serve per rendere più efficiente e giusto il sistema di tutele per i lavoratori. Con la crisi abbiamo capito meglio quanto sia urgente. A partire da 3 principi base – equità, automaticità delle prestazioni, collegamento con le politiche di reimpiego – alcuni spunti d’intervento e una proposta di legge che prova a metterli in pratica.
Di una riforma degli ammortizzatori sociali si parla dal 1997, da quando il rapporto conclusivo della Commissione Onofri delineò possibili linee d’azione. Da allora molto è cambiato e molti interventi hanno mutato il sistema, rafforzandolo. Nonostante questi interventi (e, forse, anche a causa di essi) una riforma strutturale è ancora necessaria. Non più e non tanto per lo scarsa copertura assicurata ai lavoratori, ma per l’estrema disomogeneità, per l’ampliamento degli spazi di discrezionalità delle pubbliche amministrazioni, per il collegamento debole con le politiche di reimpiego e gli incentivi all’occupazione, per gli ampi margini lasciati ai comportamenti opportunistici.
Il livello di copertura (più per la durata massima che per l’importo) è assai differenziato a seconda che si acceda al trattamento base (l’indennità di disoccupazione ordinaria) ovvero a quello (più generoso) previsto per i licenziamenti collettivi delle imprese industriali sopra i 15 dipendenti (l’indennità di mobilità). In mancanza dei requisiti prescritti si può accedere a una indennità una tantum di importo più limitato (l’indennità di disoccupazione con requisiti ridotti, che presenta peraltro profili di scoraggiamento del lavoro). Un meccanismo in parte analogo hanno le indennità per gli operai agricoli, anch’esse concesse in un’unica soluzione e a consuntivo, in relazione a quanto lavorato nell’anno precedente. A questo sistema si aggiunge la deriva della cassa integrazione guadagni straordinaria (CGIS), sempre più usata per situazioni in cui l’ipotesi di ripresa dell’attività lavorativa è una lontana chimera o è del tutto esclusa (come nei fallimenti), rappresentando di fatto una semplice anticipazione del trattamento di mobilità, che ne allunga la durata fino a 6 anni complessivi.
Su tale schema si innestano peculiarità destinate a specifici settori. A partire dal trasporto aereo, dove tra cassa integrazione e mobilità la copertura raggiunge i 7 anni. Grazie al fondo speciale poi, alimentato principalmente con risorse pubbliche ma gestito dalle parti sociali, l’indennità arriva all’80% della retribuzione, senza tetti massimi. All’estremo opposto c’è la copertura sperimentale per i collaboratori coordinati e continuativi: una una-tantum pari al 20% di quanto guadagnato nell’anno precedente, destinata peraltro non a tutti, ma a lavoratori identificati in base a stringenti requisiti. Completa il quadro l’inarrestabile estensione degli ammortizzatori in deroga, la cui concessione è legata alla discrezionalità del Ministero del Lavoro e delle Regioni, che rendono aleatorio e intempestivo l’intervento, lasciando spesso lavoratori e imprese in attesa di una decisione per mesi.
Basta questa breve ricognizione per comprendere l’urgenza di una riforma improntata a 3 principi base: l’equità tra lavoratori, l’automaticità delle prestazioni, il collegamento con le politiche di reimpiego. Una riforma che dovrebbe partire da un unico schema di assicurazione contro il rischio disoccupazione, in sostituzione di tutte le indennità di disoccupazione, comunque definite, e dell’indennità di mobilità. Questo schema potrebbe riguardare sia i lavoratori dipendenti, sia quelli con un rapporto di collaborazione coordinata e continuativa. Il rischio coperto dovrebbe essere la disoccupazione involontaria, da collegare all’attività dei servizi pubblici per l’impiego e all’effettivo impegno del beneficiario a ricercare una nuova occupazione.
Per tener conto del diverso rischio, l’onere contributivo dovrebbe legarsi alla stabilità di impiego ed essere, quindi, più elevato per il lavoro a termine e per quello in collaborazione. Si creerebbe così un incentivo non distorsivo alla stabilizzazione dell’impiego. Eliminata la soglia di accesso (oggi sono 52 settimane di contribuzione negli ultimi 2 anni), si potrebbe modulare la durata in funzione dell’anzianità di lavoro, prevedendo, ad esempio, il diritto a 1 settimana di indennità ogni 3 di contribuzione (con un tetto di due anni): ciò permetterebbe di assorbire le situazioni di sotto-occupazione oggi coperte dalle indennità «a consuntivo» (la «requisiti ridotti», in primis). Un meccanismo a scalare, atto a ridurre il diritto residuo in funzione dell’utilizzo effettivo, limiterebbe i comportamenti opportunistici.
Un’ultima considerazione sulle prestazioni in costanza di lavoro. Come detto, bisogna distinguere i casi in cui l’azienda è in crisi o ha un’esigenza di ristrutturazione temporanea da quelli in cui non vi è una possibilità concreta di una ripresa dell’attività. Occorre, dunque, depurare la cassa integrazione straordinaria da questi casi, valorizzando per i primi le soluzioni concertate (nella forma di contratti di solidarietà).
Un sistema del genere potrebbe costituire il pilastro pubblico su cui innestare, per iniziativa delle parti sociali e senza risorse pubbliche, eventuali elementi aggiuntivi, volti a coprire situazioni diverse o a fornire una tutela più ampia degli stessi rischi (ad esempio superando il massimale previsto dal pilastro pubblico). Si tratta di spunti di cui la proposta di legge in oggetto offre una prima declinazione. Ciò che è indispensabile, tuttavia, è che si archivi finalmente la legislazione dell’emergenza e si comprenda che una riforma organica non è più rinviabile.
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Interessante la riforma sugli ammortizzatori. Attenzione che non fiacchi gli individui.