Donne e lavoro: anche in Italia i «daddy days»
2 commentidi Alessia Mosca | 2 commenti

1/2009
La società cambia, ma il welfare resta fermo. E a farne le spese sono soprattutto le donne, ammortizzatori sociali di riserva. Rinunciano al lavoro e fanno pochi figli. Ma ci rimettono tutti, uomini compresi. Una proposta di legge appena presentata alla Camera vuole estendere l’obbligatorietà dei congedi parentali ai padri. Per condividere oneri e responsabilità di un tema, la natalità, fondamentale per un Paese che non può più permettersi di restare il più vecchio del mondo.
È in atto una rivoluzione silenziosa che riguarda le donne. E non c’entra il dibattito sui comportamenti machisti del presidente del Consiglio, rispetto al quale molte donne tacciono. No, è qualcosa di più subdolo. E più difficile da contrastare. È l’involuzione che investe il welfare nel suo complesso, che riguarda donne e uomini insieme, e che sottrae energie e slancio al Paese.
La situazione può essere così sintetizzata: a fronte di un cambiamento della società italiana, che ha visto diluirsi la forza delle reti informali di supporto alle famiglie e alle persone in difficoltà, non esistono strumenti di sostengo alternativo. La politica sta abdicando al suo ruolo di promozione attiva di servizi capaci di rispondere alle nuove esigenze di una società sempre più anziana. Non sta elaborando, quindi, un modello di welfare adeguato ai tempi, lasciando le famiglie sempre più sole. Il che, oggi come ieri, significa che le donne si caricano sulle spalle questo fardello sociale. Comprimendo ambizioni. Privando la società del proprio fondamentale apporto. E, sorprendentemente in combinazione con la rinuncia all’impegno professionale, facendo sempre meno figli.
Questa rivoluzione tocca e muta l’identità femminile. Ma ha un impatto dirompente su tutti, senza distinzioni di genere o generazioni. Non è necessario evocare gli scenari apocalittici del film di Alfonso Cuarón I figli degli uomini – che prefigurava un mondo senza più figli – per rendersi conto dell’impatto della denatalità sul nostro futuro. Per invertire la tendenza, i Paesi più avanzati hanno agito in due direzioni. In primo luogo, incentivando il lavoro femminile: per quanto sia controintuitivo, sono le donne che lavorano ad avere più figli; quindi interventi per l’occupazione femminile sono indirettamente benefici anche sul tasso di natalità. Secondo, passando da una dimensione in cui fare figli è un «problema» tutto femminile a una logica per cui è un bene per la comunità, che ne condivide oneri e soddisfazioni. E ciò a partire dal coinvolgimento attivo e diretto dei padri.
È questo l’obiettivo della proposta di legge per l’introduzione del congedo di paternità obbligatorio, che ho appena presentato alla Camera con un gruppo di parlamentari del PD. Un piccolo passo, è vero, ma molto rilevante per dare un segnale culturale, prima ancora che pratico. La situazione dell’Italia nell’ambito delle politiche parentali non è tra le più rosee. Secondo uno studio recente condotto dall’istituto statunitense CEPR, che ha confrontato le politiche sociali di 21 tra le economie più avanzate, l’Italia si trova nella fascia medio-bassa delle graduatorie. Sia per quanto riguarda la durata del congedo parentale (69 settimane disponibili, di cui 25 pagate al completo), sia – e soprattutto – per quanto riguarda la parità dei sessi.
La normativa italiana di fatto induce a usufruire del congedo solo la madre. Se, da un lato, il sistema offre protezione, dall’altro relega quasi in toto alla figura materna il compito di crescere un figlio nei primi mesi di vita. Contribuendo a quella spirale sociale che penalizza la vita professionale di una donna, ne atrofizza le potenzialità sul mercato del lavoro, e nello stesso tempo limita le responsabilità del padre nell’educazione dei figli. Quasi tutti i Paesi europei, inclusi Spagna e Portogallo, hanno introdotto un congedo di paternità obbligatorio per la nascita del figlio, che varia da 2 a 7 giorni in base ai diversi ordinamenti. È stato dimostrato, peraltro, che la presenza del padre nelle primissime ore di vita del bambino determina un maggiore attaccamento dei figli a entrambi i genitori e induce i padri a usufruire dei congedi parentali al posto della madre nei mesi successivi, cosi come consente la normativa vigente.
Approvare questa piccola modifica potrebbe essere un primo segnale per reagire alla rivoluzione silenziosa che stiamo vivendo. Sono spesso piccoli cacciavite come questo a sbloccare la situazione e, cosa non secondaria al giorno d’oggi, a restituire valore a una politica intesa come strumento per riformare ciò che non funziona e va cambiato.
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