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Dialogo per le riforme, cosa ne pensano gli elettori del PD?

2 commenti

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Riforme sì, ma soprattutto se riguardano gli altri. È uno degli spunti che emergono dalla domanda che abbiamo rivolto a tre autorevoli esperti degli orientamenti degli italiani. Con le loro risposte decidiamo di aprire questo numero di «Treseizero». A una richiesta forte di cambiamento si accompagnerebbe, uguale e contraria, la resistenza a mettere in discussione diritti acquisiti o equilibri consolidati. Quest’atteggiamento, più in generale, ci sembra oggi investire trasversalmente tutto l’elettorato e ingessare il Paese entro logiche pregiudiziali che rischiano di far passare in secondo piano il merito delle riforme e la loro opportunità ai fini dell’interesse generale. In giorni di grandi fibrillazioni e di «guerra civile» tra i poteri dello Stato un invito, per il PD, a trovare la quadra tra i benefici della «distensione» e la necessità di conciliare rigore e capacità di dialogo, opposizione e alternativa.

Antonio Noto – Presidente IPR Marketing

antonio_notoGli elettori del PD sono certamente interessati al dialogo sul tema delle riforme. L’aspettativa nei confronti della dirigenza del partito è, anzi, che essa si predisponga a un vero confronto con la maggioranza, a condizione che al dialogo tra le parti corrisponda ovviamente la volontà di agire nell’interesse della collettività. Volendo stilare una sorta di classifica delle priorità, l’elettorato democratico è favorevole anzitutto a una correzione della legge elettorale: pur essendo l’offerta politica attuale poco compatibile, il ricordo del sistema uninominale è ancora molto vivido e positivo. La disaffezione verso il proporzionale potrebbe diminuire solo se vi fosse una reintroduzione delle preferenze, quell’elemento cioè capace di restituire al corpo elettorale la percezione di un’effettiva incidenza sulla composizione del corpo dei rappresentanti. D’altronde, viene vista con sfavore anche la scelta solo «ufficiosa» del premier prima delle elezioni – attraverso l’escamotage della semplice indicazione del nome sulla scheda – una soluzione che permette nella stessa legislatura avvicendamenti alla guida del governo e che priva, dunque, i votanti della possibilità di effettuare una scelta vincolante. Altra riforma che interessa l’elettorato democratico è lo snellimento degli organi rappresentativi, in special modo la riduzione del numero dei parlamentari. Questo non tanto in ragione di un discorso tecnico – la maggiore speditezza dell’attività legislativa – ma per una considerazione più che altro legata al tema della «casta», alla riduzione dei privilegi e dei costi di funzionamento della macchina statale.

Nando Pagnoncelli – Amministratore delegato Ipsos Srl

nando_pagnoncelliGli elettori del PD manifestano, già da tempo, una domanda di riforme piuttosto pronunciata. Questo, da un lato, rispecchia il profilo di un elettorato tradizionalmente attento al tema; dall’altro, si spiega con il fatto che, essendo il PD un partito di opposizione, la domanda di riforme coincide spesso con quella di cambiamento. Rispetto alla questione, comunque, si riscontrano due ambivalenze profonde. La prima è che, malgrado ci sia una forte richiesta di cambiamento, non esiste un’analoga disponibilità a mettersi in gioco. Le difficoltà legate alla crisi acuiscono poi il timore che con le riforme si mettano in discussione diritti acquisiti cui si fa fatica a rinunciare. Si è, quindi, a favore delle riforme, ma conservatori nei fatti. La seconda ambivalenza riguarda il dialogo. Tra gli elettori del PD, accanto all’antiberlusconismo, convive la consapevolezza che con il muro contro muro non si va da nessuna parte. Dunque, c’è il clima infuocato da derby permanente, ma anche la coscienza che le riforme si fanno in modo concordato e non subìto da una sola parte. Non è un caso che nella memoria collettiva una delle stagioni ricordate con maggiore orgoglio sia quella della concertazione, quando la politica mise al centro gli interessi comuni e il futuro, rinunciando all’idea di portare a casa tutto il possibile. Oggi, invece, gli elettori si infiammano, ma il Paese resta fermo. Un’ultima avvertenza sul piano terminologico: la parola «dialogo» piace agli elettori del PD, ma evoca il rischio dell’«inciucio». Per questo occorre utilizzarla con attenzione, facendo chiarezza in termini di temi, regole, comunicazione.

Roberto Weber – Presidente Gruppo SWG

Nel PD l’anima prevalente (oltre i due terzi degli elettori) è un’anima «dialogante», che sulle singole tematiche (come le riforme istituzionali) ha spesso mostrato disponibilità all’«incontro». Gli ultimi 3 anni, tuttavia, non hanno esaltato questa dimensione: mentre cresceva la polarizzazione nel Paese, si osservavano crescenti elementi di radicalizzazione e la distanza «valoriale» tra i due schieramenti aumentava. Gli elettori di entrambi i blocchi ci sono sembrati assai permeabili ai richiami di élite orientate all’estremizzazione della narrazione politica. Quindi, poiché esiste un’interdipendenza fra stimoli e risposte, gli spazi d’incontro si sono ridotti e l’idea della non-legittimazione reciproca ha guadagnato terreno. È indubbio, tuttavia, che è sempre l’autorevolezza della leadership a legittimare le ipotetiche aperture di dialogo. L’elezione di Bersani potrebbe essere interpretata (e questo ci dicevano i sondaggi pre-primarie) come un mandato che non esclude il confronto, proprio perché il leader mostra solidità e credibilità sufficienti per reggere la contrattazione. I segni di ripresa del PD – pur con la prudenza del caso – incoraggerebbero questa ipotesi e aspetti di «distensione» fra i due blocchi potrebbero essere accettati. Il guaio – per gli stessi elettori PD – è costituito da Berlusconi: dissacrante, disarmante e, temo, rivelatorio di frammenti d’anima presenti ovunque. Berlusconi è come un «liquido di contrasto»: rivela e quindi fa paura. Produce nell’immaginario dell’elettorato di centrosinistra lo stesso effetto che produceva Craxi in quello comunista: destabilizza. Comunque, tra gli elettori PD, restano una notevolissima dose di buon senso, un forte legame con il Paese, un’identificazione nelle istituzioni nettamente superiore alla media. Bisogna far leva su questo patrimonio.

  1. rossi vittorio scrive:

    Ci sono delle posizione ideologiche “storiche” nell’elettorato del PD che FRENANO qualsiasi possibilita’ di lavoro per il bene comune fatto con l’attuale maggioranza,posto che lo si possa fare. Farlo credo gioverebbe al PD,oggi rintanato e specchio di una rappresentanza minoritaria nel Paese. Se non si fa’ questo faticoso lavoro, gli altri ceti sociali che non vedono il PD come un possibile punto d’approdo per una svolta vera di democrazia, liberta’ e liberazione del Paese, continueranno a votare il PDL e la Lega, pur se insoddisfatti. Oggi, come rivelano i sondaggi, pur con i loro limiti,il PD NON e’ percepito come alternativa di Governo. Se non ci sblocchiamo, tagliando con la spada di Damocle,questo nodo ideologico che la grossa fetta del PD si porta dietro, l’alternativa possibile, rimane un sogno piu’ che un desiderio, ed e’ destinata a naufragare anche quando il PDL sara’ gia’ nell’era post-Berlusconi. Capisco che sono parolòe dure, ma PRIMA il PD affronta la realta’ per quello che e’, PIU’ VELOCEMENTE diventara’ quel PARTITO NUOVO che si pone come alternativa credibile al centrodestra. Forza o il PD si scioglie come neve al sole.

  2. Monica Nardi scrive:

    Gentir signor Rossi, sono parole dure ma del tutto condivisibili. C’è, a mio avviso, un effetto paradossalmente rassicurante dietro al muro contro muro che tanti elettori del PD (comunque, per fortuna, meno di quanti si possa ritenere) reputano come unica forma di opposizione possibile. Essere “lo zoccolo duro” del Paese, l’”Italia che resiste”, quelli indignati: tutto lecito e anzi ammirabile perché tendenzialmente in buona fede. Ma tutto pressoché inutile e controproducente, a questo punto. Berlusconi si accinge a chiudere la sua parabola politica come “vittima” di una parte del Paese strutturalmente minoritaria. Se ne rafforza e trova le argomentazioni (che altrimenti non avrebbe) per marciare spedito verso l’impunità e l’attacco sistematico delle istituzioni di garanzia. Il suo populismo fa il palio con quello di chi lo contrasta e di chi, da irresponsabile, si spinge a chiedere una “rivolta” civile. Da entrambi i versanti, si attacca il presidente della Repubblica semplicemente per il suo essere “terzo”, cioè neutrale. E il PD? Credo e spero che questa sia ancora una fase di transizione. Mi sembra che il Congresso abbia premiato la linea della costruzione dell’alternativa. Occorre lavorare ossessivamente sulle proposte, portare idee nuove, trovare la capacità di analizzare questi ultimi 15 anni per poi archiviarli sotto l’etichetta delle “occasioni perdute”. E’ una sfida difficilissima, anche perché i protagonismi e la voglia di conquistare qualche piccolo vantaggio interno sembrano più forti di qualsiasi progetto orientato all’interesse generale. Le adesioni estemporanee al No B-day, sia quelle fisiche sia quelle “col cuore”, purtroppo lo confermano.

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