Finanziaria, l’occasione perduta
0 commentidi Francesco Boccia | 0 commenti

2/2009
Doveva essere la «Finanziaria della crisi», lo strumento con cui tamponare l’emergenza e dare risposte credibili a milioni di lavoratori e di imprese in difficoltà. Il governo, invece, naviga a vista e legifera alla giornata. In primo piano le vicende personali del premier, con la ricerca di un salvacondotto giudiziario, e l’infinita lotta tra berlusconiani e antiberlusconiani. Che non consentono al governo di governare, ma neanche alle opposizioni di costruire, in Parlamento, l’alternativa necessaria.
La difesa del primo diritto costituzionalmente garantito, quello al lavoro, è per il PD una priorità assoluta. Siamo stati, con Enrico Letta, in prima fila alla manifestazione della CGIL, così come saremo al fianco degli altri sindacati, per affermare un principio: la tutela dell’occupazione per milioni di persone, disilluse dai lustrini berlusconiani, è tanto più cruciale in questi tempi di crisi. Il lavoro non c’è, e ce ne sarà sempre meno nei prossimi mesi, nonostante il governo dica che la ripresa è dietro l’angolo e che il Natale sarà migliore. Invece, il Natale non sarà diverso e Pasqua potrebbe anche essere peggiore, perché è un fatto ormai acquisito che alla ripresa del ciclo economico non segue subito quella dell’occupazione. Possono passare mesi, se non anni. E dovremo attendere almeno la fine del 2010 per avere una ripresina sul fronte del lavoro. Al momento c’è solo un risveglio dei mercati, dettato in gran parte da speculazione finanziaria e ricopertura sui corsi azionari, che non può, né deve, illuderci.
In questo scenario avremmo voluto confrontarci con il governo, civilmente e in Parlamento, sulla manovra finanziaria. Invece niente: l’esecutivo naviga a vista e legifera alla giornata. Una mattina qualcuno si alza proponendo il taglio dell’IRAP, un’altra c’è chi vuole introdurre la cedolare secca sugli affitti (che sarebbe la benvenuta), un’altra ancora si scopre che «il Sud è un problema nazionale», detto dal ministro Tremonti nel novembre 2009 e non nel 1960. Poi arriva Berlusconi, prende 3 miliardi e mezzo dei soldi comunque «discutibili» dello scudo fiscale e applica uno sconticino irrisorio sulle tasse di Natale.
Legittimo, si dirà. No, da irresponsabili, a mio avviso. Quando una famiglia fa i conti con entrate e uscite, decide ogni mese quanto destinare al cibo, alla scuola, al divertimento. E spende di conseguenza, se possibile mettendo qualche euro nel salvadanaio, come hanno fatto i nostri padri e i nostri nonni. Oggi l’emergenza del Paese è data dal crollo verticale, cioè brutale, del sistema Italia, delle PMI. Sono aziende con manodopera non numerosa ma altamente specializzata, formata in anni di gavetta e formazione, un patrimonio inestimabile che si sta perdendo. Le imprese chiudono o licenziano perché non ci sono soldi e le banche non ne danno.
Tremonti credeva, con i bond, di salvare l’economia. Forse, però, non aveva guardato ciò che vedono ogni mattina gli imprenditori, cioè i tassi interbancari sul mercato internazionale. Le banche avrebbero dovuto, a suo dire, prendere i soldi in prestito dallo Stato, pagare un tasso molto più alto di quello applicato dalla BCE e fare credito alle imprese. Ma quale tasso avrebbero dovuto applicare questi prestiti per conseguire un legittimo guadagno? Operazione insostenibile. Tant’è vero che le banche hanno continuato a non prestare soldi alle imprese oppure a farlo con tassi molto superiori a quelli del resto d’Europa, applicando un discrezionalissimo margine di rischio. Sarebbe stato più credibile impiegare i 3 miliardi e mezzo recuperati dagli evasori fiscali (per inciso: lo scudo era e resta immorale), e creare un fondo di garanzia statale volto a consentire al piccolo imprenditore di andare in banca, chiedere un prestito e farsi garantire da questo salvadanaio pubblico. Il vantaggio sarebbe stato duplice: la banca avrebbe concesso i prestiti anche a tasso agevolato e lo Stato avrebbe avuto un rischio minimo (bastava accantonare una riserva per eventuali incagli o sofferenze), conservando il tesoretto intatto. Nel frattempo, le imprese avrebbero potuto rimettersi in piedi o provare a farlo.
Con quei soldi, inoltre, si potevano finanziare altre operazioni. In primo luogo, riattivare il credito d’imposta, accantonato dal centrodestra, per permettere agli imprenditori di rinnovare le strumentazioni e fare della crisi un’occasione per ammodernare il sistema produttivo. In secondo, coprire un vigoroso taglio alle tasse sul lavoro, consentendo ai redditi dipendenti più bassi (operai, in primis) di avere 100-200 euro in più in busta paga ogni mese. Infine, si sarebbe potuta avviare una riforma seria delle politiche per la famiglia, con sgravi a favore di quelle con figli che ormai sono le uniche, o le poche, ad alimentare i consumi nazionali. Il libro dei sogni, si dirà. Invece, basta fare un paio di conti per verificare che la manovra sarebbe stata più che sostenibile, utilizzando i soldi in cassa a copertura della leva fiscale. Ma questo si può realizzare con una manovra strutturale e non con le fiabe prenatalizie, tanto per distrarre gli italiani da altre questioni.
E qui arriviamo al nodo politico. È indecoroso, in una fase in cui la gente paga il conto della crisi sulla propria pelle (e nelle proprie tasche), che il Paese debba rimanere sospeso per via delle questioni personali del premier in carica. La riforma della giustizia è necessaria e utile al Paese che ha bisogno di certezza ed efficienza. Ma la si costruisce in modo organico, entrando nel merito delle sue storture, e non comportandosi come chi decide, all’improvviso, che le partite di calcio devono durare mezz’ora, anziché 90 minuti, perché il capitano di una squadra ha paura di perdere.
In questo come in altri ambiti, bisogna riaffermare, sempre e comunque, che le istituzioni vengono prima degli uomini. Che l’Italia ha bisogno, oggi più che mai, di autorevolezza e di scelte coraggiose. Da parte del governo e da parte delle opposizioni, perché l’eterna lotta tra berlusconiani e antiberlusconiani rischia di bloccare il Parlamento e congelare tutto, anche la nostra possibilità di costruire l’alternativa a partire dai contenuti e dalle singole politiche pubbliche, come la vicenda di questa Finanziaria in tempi di crisi purtroppo conferma. I cittadini hanno detto chiaramente che deve essere il centrodestra a governarli. Lo faccia. Se non ci riesce, ci risparmi giorni, settimane, mesi di scontri e immobilismo, perché la vita della gente e il decoro dello Stato valgono più di un salvacondotto giudiziario.
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