Armi, liaison dangereuse
0 commentidi Alessandro Politi | 0 commenti

1/2010
Ammonta a 3 miliardi di euro l’anno, si nutre di conflitti regionali e guerre civili, spesso incrocia le rotte internazionali del narcotraffico. È la relazione pericolosa tra la ‘ndrangheta e il mercato nero delle armi, cresciuta a dismisura nello scenario instabile del post guerra fredda. Significa potere, affari con i «signori della guerra», controllo incontrastato del territorio. Una minaccia alle istituzioni dello Stato e alle forze di polizia.
La ‘ndrangheta calabrese è il tipo di criminalità organizzata italiana più potente, meno mediaticamente nota e meno infiltrata fra le quattro grandi mafie nel Bel Paese. Tanto il recente Rapporto SOS Impresa quanto quello Eurispes 2008, dedicato proprio al crimine organizzato calabrese, sottolineano la pervasività, la tenacia, la pericolosità di questi clan.
Uno degli aspetti meno indagati riguarda il traffico d’armi in cui diverse famiglie criminali sono coinvolte. Sempre secondo Eurispes 2008, dopo il traffico di droga (€ 27,24 miliardi), l’infiltrazione delle imprese e degli appalti (€ 5,73 miliardi) l’estorsione e l’usura (€ 5 miliardi), viene il traffico d’armi (€ 2,93 miliardi), di poco superiore allo sfruttamento della prostituzione (€ 2,86 miliardi).
La spinta al mercato di armi tecnicamente chiamate leggere perché individuali, cioè maneggiabili da un solo individuo, viene dalle due guerre di ‘ndrangheta degli anni ‘90 nonché dall’attività repressiva dello Stato in quegli anni. Poi il mercato si è assestato, da un lato, nel rifornimento diretto delle ‘ndrine per proprie esigenze e, dall’altro, nella triangolazione con altri beni criminali dove le armi fungono da moneta di scambio.
Tuttavia, i precedenti risalgono agli anni ‘70 quando i principali canali d’approvvigionamento erano, non sorprendentemente, il Medio Oriente oppure la Svizzera. Quest’ultima, in quanto Stato neutrale, ha svolto la funzione di camera di compensazione europea della Guerra Fredda soprattutto per i flussi del riciclaggio e per il contrabbando di armi d’alta qualità.
Secondo le informazioni degli ultimi 3 anni, i luoghi dove sono attive ‘ndrine dedite al traffico d’armi sono: Calabria, Lombardia, Piemonte, Veneto, Friuli Venezia Giulia, Germania, Svizzera e Canadà. L’ultima relazione semestrale della DIA (2008), cita due volte la ‘ndrangheta calabrese per traffico di stupefacenti e armi. La prima volta sono cosche del comprensorio lametino, mentre la seconda si tratta di famiglie mafiose dell’altopiano silano.
Tra i clan più organizzati spicca quello dei Barbaro a Platì con numerose ramificazioni nel Nord Italia, tra le quali una in Friuli che aveva creato un traffico d’armi russe partendo dall’ex Jugoslavia. Stesso interesse per le armi di quella fabbricazione, specialmente i fucili d’assalto AK-47 Kalashnikov, rivelava la famiglia criminale D’Agostino a Siderno, mentre ad Ardore Marina nel 2006 veniva arrestato il latitante Giuseppe Giampaolo, coinvolto in traffici d’armi e d’esplosivo. Sino al 2007 le ‘ndrine di Amantea erano riuscite a eliminare dalla costa qualunque presenza della Guardia Costiera nella zona di Vibo Valentia e a trasformare l’omonimo porto in una propria base operativa per il traffico di droga e armi.
Anche per la ‘ndrangheta le rotte di traffico d’armi si sovrappongono a quelle di smistamento degli stupefacenti, anche perché questi sono convertibili in quelle e viceversa nelle aree di Albania, Medio Oriente e Sudamerica. Dalla Repubblica Democratica del Congo provengono notizie secondo le quali, la ‘ndrangheta punta a inserirsi nel traffico di coltan usando le armi come merce di scambio.
Tra le armi che spesso compaiono negli arsenali sequestrati compaiono bombe a mano, talvolta di provenienza jugoslava, le quali possono venire impiegate nel corso di faide, assassini e guerre di mafia. Oltre agli AK-47 fussi (nel 1993 sono comparsi i più moderni AK-74), vengono spesso ritrovati dei vecchi MAB italiani. Inoltre, sono reperibili mitragliette israeliane Uzi e cecoslovacche Skorpion, in aggiunta a diversi tipi di fucile trasformati per il tiro di precisione.
Molto clamore hanno fatto le notizie che riguardano la confisca di razzi controcarro e di missili terra-aria. Mentre sui primi esistono fonti che riportano il tipo, sono RPG-7 russi e M-80 jugoslavi, sui secondi non c’è nessuna fonte che ne parli in dettaglio. Con ogni probabilità si tratta di armi dello stesso livello tecnologico dei razzi controcarro, sviluppate negli anni ‘70 e diventate universali nei teatri di guerra e guerriglia contemporanea, cioè dei missili superficie-aria individuali russi Strela-2 (Freccia-2, nome in codice NATO SA-7 Grail).
Date le ordinarie dotazioni delle forze di polizia in materia di armi, giubbotti antiproiettile e blindature d’automobile, la vetustà di un’arma da guerra è un problema molto relativo. Un razzo controcarro è disegnato per distruggere o danneggiare un blindato militare e quindi risulta letale per la stragrande maggioranza delle auto blindate. Gli elicotteri delle forze dell’ordine non sono quasi mai dotati di contromisure per sviare questi missili superficie-aria a guida infrarossa.Tuttavia durante le guerre di dissoluzione della Jugoslavia sono state immesse armi decisamente più moderne e temibili anche per un velivolo da combattimento, come lo Strela-3 (SA-14 Gremlin) ed ancor più l’Igla-1 (Ago-1, SA-16 Gimlet).
Triangolazioni a parte, che pure hanno effetto sulla stabilità regionale intorno a Paesi come la Repubblica Democratica del Congo o la Colombia per esempio, gli acquisti delle ‘ndrine calabresi sono la conferma della volontà dei clan di creare un dominio incontrastato nelle loro zone, ricorrendo anche ad armi di classe decisamente superiore a quelle delle forze di polizia. È opportuno riflettere adeguatamente su quali risposte vadano date a un impiego reale di queste armi contro lo Stato.
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