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I buchi neri della geopolitica Narco-ndrangheta, il successo di un marchio

Droga, la «rinascita» colombiana

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1/2010

Colloquio con Sabas Pretelt de la Vega, a cura di Eugenio Carlucci e Costantino D’Avanzo

Meno di dieci anni fa la Colombia era in ginocchio. I narcos dominavano l’economia; i paramilitari e le Farc controllavano ampie fasce di territorio; le strade di Bogotà e Medellìn erano più pericolose di quelle di Baghdad o Kabul. Oggi il Paese è avviato verso una progressiva stabilizzazione. L’ex ministro dell’Interno e attuale ambasciatore colombiano in Italia, Sabas Pretelt de la Vega, ci illustra le ricette che hanno risollevato dagli abissi un Paese dilaniato dalla droga.

Sua Eccellenza, ci descriva lo stato attuale della lotta al traffico di stupefacenti nel suo Paese.

sabas pretelt de la vegaIn Colombia vengono piantati circa 70.000 ettari di coltivazioni di cocaina l’anno. Le forze dell’ordine colombiane riescono, tramite le operazioni di sradicamento e di disinfestazione aerea, a distruggere una percentuale sempre maggiore di queste coltivazioni. Il problema è che per ogni campo che neutralizziamo, i narcos ne piantano uno sempre più inaccessibile, nel cuore della selva amazzonica. La lotta al traffico di droga richiede quindi un incredibile sforzo di ricognizione e di intelligence. Abbiamo raggiunto risultati importanti anche sul fronte delle confische. Nel 2009, abbiamo intercettato circa 250 tonnellate di cocaina pronta per l’esportazione. Basti pensare che negli Stati Uniti e nei Paesi europei, se si confiscano 15-20 tonnellate l’anno si grida alla vittoria.

Chi controlla il traffico di droga colombiano?

I cartelli storici, quelli di Medellìn e Cali, sono stati completamente smantellati. Anche le milizie paramilitari, con la legge «Giustizia e Pace», hanno scelto la via del disarmo e del ritorno alla convivenza civile. Gli elementi più restii alla deposizione delle armi, come alcuni capi milizia che, disattendendo gli accordi presi con il governo Uribe, si ostinavano a impartire ordini anche dalle carceri, sono stati estradati negli Stati Uniti. Anche le Farc (Forze Armate Rivoluzionarie della Colombia) si sono indebolite in modo significativo, ma esercitano ancora un certo controllo sul mercato della cocaina.

Quali sono i rapporti tra narcos colombiani e le mafie, specie la ‘ndrangheta?

Vi è certamente un legame, ma è meno organico di quanto si pensi. Le mafie europee sono determinanti nella raffinazione della cocaina: si stima che la Colombia abbia 2.000 laboratori clandestini, molti dei quali operano e si riforniscono anche grazie al supporto logistico delle mafie estere. Si parla certamente dei rapporti tra paramilitari e ‘ndrangheta, di Salvatore Mancuso (capo italo-colombiano di una milizia paramilitare, n.d.r.). Quando ero ministro dell’Interno, nel quadro del processo di disarmo previsto da «Giustizia e Pace», ho dovuto negoziare con lui. Ha anche tentato di uccidermi. Però adesso è in una prigione americana.

Come si combatte il traffico di droga sul fronte diplomatico?

Cercando di sensibilizzare le opinioni pubbliche occidentali sugli effetti devastanti della cocaina. Certamente sulle loro stesse vite. Ma occorre anche che prendano coscienza delle conseguenze che può avere sul tessuto sociale di Paesi come la Colombia. Anzitutto, i profitti del traffico di cocaina finanziano il terrorismo, la violenza, l’anarchia. E questi fenomeni colpiscono sempre i più indifesi. Vorrei potervi portare nella selva colombiana a conoscere le centinaia di bambini che hanno perso una gamba o un braccio calpestando accidentalmente le mine che difendono i campi di coca. L’orrore non finisce qui. Quando un bambino salta per aria, i narcos chiedono alla famiglia di risarcirgli il costo dell’ordigno. Da qualche anno, attraverso la campagna Vita senza droga, cerchiamo di richiamare l’attenzione su un aspetto poco conosciuto: alla cocaina come pericolo per l’ambiente. Basti pensare che, per ogni ettaro di piante di coca che viene piantato, vengono distrutti 4 ettari di selva amazzonica. Nell’ultimo anno, i narcos hanno disboscato un’area di foresta pari alla Sardegna. L’Europa non può pensare di combattere seriamente i cambiamenti climatici non prendendo coscienza di questo disastro senza precedenti.

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