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Armi, liaison dangereuse Droga, la «rinascita» colombiana

I buchi neri della geopolitica

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buchi neri geopolitica

1/2010

Intervista a Moises Naim, di Eugenio Carlucci

Mafie e globalizzazione: un binomio complesso e in perpetua evoluzione. Moises Naim, direttore di «Foreign Policy Magazine» e autore di Illecito: come trafficanti, falsari e mafie internazionali stanno prendendo il controllo dell’economia internazionale (Mondadori), ci illustra le dinamiche e i pericoli di un fenomeno che, con la crisi, rischia di inficiare sempre di più gli sforzi di contrasto alla criminalità organizzata.

Moises Naim, è vero che suoi studi sui legami tra criminalità organizzata e globalizzazione nascono da una sua conversazione con un venditore ambulante sui marciapiedi di Milano?

moises naimIn verità, gli incontri furono due. Incontrai a Milano un ragazzo che vendeva borse di Prada a poche decine di euro, di un modello che era appena stato introdotto sul mercato, e per curiosità mi fermai a parlare con lui per capire quale fosse stata la sua esperienza. Pochi giorni dopo, da un suo collega sulle strade di New York, ho saputo che pur venendo da un Paese diverso, e avendo seguito una rotta migratoria diversa, vendeva esattamente la stessa borsa, allo stesso prezzo, per lo stesso margine di guadagno. Allora ho cominciato a cercare di capire come funzionasse un sistema di questo tipo.

E quindi?

Ho capito che i traffici illeciti si erano in gran parte globalizzati. Non vi è niente di nuovo nel fatto che le organizzazioni criminali operino in una dimensione transfrontaliera. L’elemento di novità è che, negli anni Novanta, tre fattori chiave hanno rivoluzionato il sistema. Primo, il collasso dell’Unione Sovietica ha comportato una «emancipazione» gigantesca di criminali ben organizzati, ben armati, e privi di scrupoli. Secondo, l’ingresso della Cina nel mercato internazionale ha messo a disposizione di queste organizzazioni una capacità manifatturiera e di imitazione a basso costo senza precedenti. Terzo, le nuove tecnologie hanno favorito l’interconnessione di questi fenomeni, dando vita a un sistema globalizzato. In tutto questo la criminalità organizzata italiana ha giocato senza dubbio un ruolo pionieristico.

Nel suo libro lei parla di «buchi neri geopolitici»: cosa sono e dove si trovano?

È un concetto che ho preso in prestito da Lucio Caracciolo. Il buco nero è un punto dell’universo in cui le regole tradizionali della fisica non si applicano. L’equivalente geopolitico è un punto della terra dove non si applicano le regole base della convivenza civile. Sono luoghi dove gli attori sociali più potenti e meglio armati non sono i governi, dove lo stato di diritto è inesistente, dove tutte le attività economiche sono sostenute, infiltrate o influenzate da fenomeni di tipo criminoso. I buchi neri non sono failed States – non stiamo parlando della Somalia o dell’Afghanistan. Parliamo della costa spagnola, della frontiera tra Stati Uniti e Messico, di alcune aree del vostro Mezzogiorno. Rosarno ne è forse l’esempio più preoccupante in Europa.

L’economia criminale internazionale è di dimensioni tali da poter influire sull’economia nel suo insieme?

Senza dubbio. In molti paesi non vi è distinzione tra economia criminale ed economia ufficiale. In Afghanistan il sommerso legato alle esportazioni dell’oppio raggiunge il 60% del prodotto interno nazionale. Questo è forse l’esempio più lampante, ma il fenomeno si estende a molte altre parti del mondo. Alcune zone della Bolivia, ad esempio, oppure la Transnistria, che è l’epicentro europeo del contrabbando. Si stima poi che tra l’8 e il 10% dell’ economia cinese sia legata alla produzione e l’esportazione di merce contraffatta. Se pensiamo che la forza lavoro cinese è (ufficialmente) di 800 milioni di persone, capiamo che la portata del fenomeno è pari a come se l’intera Germania lavorasse nel settore delle merci contraffatte.

La crisi ha rafforzato o indebolito le organizzazioni criminali internazionali?

Il bilancio complessivo è molto positivo per loro. Primo, sono attività che ruotano attorno agli investimenti in contanti. Quindi per lo scoppio della crisi e il crollo delle Borse le organizzazioni criminali hanno sofferto relativamente poco. Secondo, i fenomeni di disagio sociale che la crisi ha acutizzato sono fonti di opportunità. Ad esempio, la disoccupazione ha determinato un aumento consistente della domanda internazionale di mobilità. Questo ha fortemente potenziato le reti del traffico di esseri umani. Non bisogna poi dimenticare che la crisi ci insegna che le barriere nazionali non si erano affatto dissolte nel calderone del mercato internazionale, come spesso si teorizzava. Le organizzazioni criminali, che si muovono da un paese all’altro con grande agilità, si giovano della sovranità per fare arbitraggio, per nascondere capitali, per «recintare» le autorità pubbliche che le perseguono. Per i governi, invece, operare sul piano internazionale è tanto artificiale e difficile come andare sott’acqua: lo possiamo fare, ma abbiamo bisogno di risorse, strumenti speciali, allenamento, regole.

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