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Emma, Renata e il calcio balilla (a maglie invertite) Veltroni saluta. Nel PD si scioglie la banda dei quattro.

Un «partito arcipelago» per tornare tra la gente

4 commenti

partito arcipelago per tornare fra la gente

1/2010

Tramontata l’era dei «dinosauri», il PD può rispondere allo strapotere personalistico del berlusconismo solo mutuando le migliori esperienze di radicamento sui territori. C’è il modello-Lega, con la sua attenzione alle politiche «micro» (al netto degli eccessi populisti). E c’è la forza delle comunità, come quelle della Chicago in cui Obama esordì come animatore sociale. L’obiettivo è comunque lo stesso: tornare tra la gente.

C’era una volta l’Italia di Peppone e don Camillo. Facce simpaticamente verosimili di due Italie, divise da un invalicabile confine politico-culturale ma sempre capaci di dialogo e comuni prospettive perché unite da una dimensione profondamente popolare.

Circoli e sezioni, associazioni «fiancheggiatrici» e polisportive, cooperative e parrocchie, doposcuola e Arci, sindacati e centri culturali. Tutte parti di una fitta rete di partecipazione che, partendo dalle esperienze quotidiane delle persone, venivano ricondotte (seppure in modi molto diversi) ai grandi partiti popolari dell’epoca e, attraverso di essi, alle istituzioni rappresentative.

La DC e il PCI hanno così mantenuto per decenni radici ben piantate nella società. Da essa traevano stimoli, progetti e classe dirigente, riuscendo a dare in modo più o meno efficiente risposte e sostegno concreti all’iniziativa «sussidiaria» che nasceva dalla società.

Poi arrivò Tangentopoli a certificare una discontinuità netta. Il modello aveva partorito degenerazioni affaristico-clientelari difficilmente sostenibili ma, soprattutto, si era resa evidente l’inadeguatezza, anche organizzativa, di partiti di massa nati nel dopoguerra alla nuova stagione in cui la sfida diventava il governo delle opinioni pubbliche.

Di fatto il berlusconismo, attraverso un dialogo con l’elettorato senza mediazioni, svelò la fine dei partiti «contenitori della società» aprendo una crisi di ruolo delle organizzazioni politiche in cui ancora ci dibattiamo. È cambiato il contesto, pesa la «fine del sociale» evocata da Alain Touraine, la rottura dei legami e trionfo di un individualismo disgregatore, la domanda crescente di semplificazione e leaderismo (nascono i «partiti personali» tutti attorno alla figura di moderni principi democratici), ma a tutto ciò nessuno ha risposto con un nuovo modello di democrazia partecipata che non si accontenti di scimmiottare anche nel centrosinistra la telecrazia di Arcore.

È questa la sfida straordinaria che attende il PD, un’impresa capace di motivare e coinvolgere intelligenze e passioni. Serve il coraggio di guardare con onestà alla crisi di quel pezzo di nomenclatura politica restato sulla scena politica a recitare un copione per il quale non è più adeguato. «Dinosauri» di un’epoca conclusa, mai così poco rappresentativi ma paradossalmente mai così potenti e pervasivi nei meandri dell’apparato dello Stato a cui, però, gli spettatori non hanno ancora saputo (o potuto) rinunciare a favore di una reale alternativa.

Da dove cominciare? Intanto dalle esperienze positive (poche) realizzate in Italia e all’estero. Cercando di capire, ad esempio, se dal modello-Lega depurato dalla propaganda xenofoba e secessionista sono mutuabili la capacità di motivare la militanza l’attenzione alle politiche «micro», l’investimento su una classe di amministratori giovani e apprezzati.

E poi la lezione che ci viene dagli USA. In cui la vera novità di Obama, al netto del carisma e della straordinaria macchina di marketing, sembra essere proprio la sua esperienza di animatore sociale nei primi anni di Chicago. Una vicenda personale che si è tradotta in sensibilità per le «piccole storie» e per modelli organizzativi capillari che hanno riportato i Democratici a un radicamento senza pari negli ultimi decenni.

Certamente i community organizer sono espressione di esperienze teoriche e pratiche assai lontane dagli schemi della politica europea, ma il loro lavoro in organizzazioni politiche informali basate sulla forza di comunità molto consapevoli anche se spesso ai margini, potrebbe insegnarci qualcosa anche sulle competenze che dovrebbero costituire il bagaglio del moderno militante e leader politico di un Pd nuovamente capace di «tornare fra la gente».

Con l’obiettivo di fare del nostro un «partito arcipelago», plurale e articolato, capace di lavorare su reti larghe per poi organizzarsi attorno a nuclei forti di sintesi e di organizzazione, una struttura capace di individuare e di valorizzare, lì dove ci sono, senso civico, disponibilità all’impegno e generosità democratica. Piccoli amministratori, social network, volontariato, impegno per la pace, reti di consumo critico, tensione ambientalista sono solo alcuni dei nodi di questo nuovo modo di essere partito che, vincerà la sfida con la modernità se, attorno ad una leadership plurale e territoriale, riuscirà a esprimere un’intelligenza e una passione sempre più collettiva e «democratica»

  1. Una fotografia assai nitida…aggiungerei che i dinosauri centrali hanno purtroppo fatto scuola anche a livello locale, dove c’è una barriera all’ingresso nei fortini dei piccoli poteri che spegne ogni passione e volontà di chi vorrebbe innovare e sparigliare…persino le primarie sono state in fretta svuotate di significato dai ras locali e trasformate in un’arma di persuasione/dissuasione che risponde a logiche tutte interne alle varie anime (chiamiamole così…) del partito…

  2. si, una volta ( non tanto lontana ),esistevano due grandi partiti,
    due grandi mondi( diversi tra loro )ma molto organizzati nel territorio,erano tra la gente con sezioni di partito che funzionavano molto bene,poi man mano queste strutture sono andate scemando.colpa di tangentopoli?non credo.credo che l’errore sia stato a non fare quel ricambio politico culturale gererazionale che il nostro paese chiedeva già da tempo.

  3. Caro Francesco Russo, noi dell’area letta milanese abbiamo già fatto il giornale…, e da circa 18 mesi…. , un vero successo,collegarsi per credere…….

    http://www.arcipelagomilano.org

    cordiali saluti
    riccardo lo schiavo

  4. Stefano Filippini Lera scrive:

    Caro Francesco,

    non pensi che da questo punto di vista il PD potrebbe prendere spunto da Generazione Italia, il nuovo network che fa capo a Fini?

    E’ un movimento di associazionismo spontaneo sul territorio organizzato per aree territoriali oppure (e qui secondo me sta la novità) per aree tematiche.

    saluti

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