Da diversi si è più uguali
1 commentodi Marco Lombardi | 1 commento
2/2010

Una docufiction
Regia di Pietro Marcello
2009
La bocca del lupo è una docu-fiction indipendente che ha vinto il primo premio al Torino Film Festival dello scorso novembre, ed è stata presentata alla Berlinale di quest’anno, per poi – da poco – «riuscire a uscire» nelle sale italiane. Il suo giovane regista, Pietro Marcello, l’ho conoscevo già dai tempi in cui selezionavo le opere prime alla Mostra del Cinema di Venezia, avendoci dato in visione il documentario d’esordio, Il passaggio della linea. Quel lavoro non mi aveva convinto particolarmente, in controtendenza rispetto alla maggioranza dei colleghi critici, perché mi sembrava che rimanesse compresso sul suo (seppur interessante) progetto di partenza, mentre nella realtà il film si disperdeva su strade non finalizzate, se non addirittura demagogiche. Questo suo secondo lavoro, invece, è un film tanto complesso, quanto «alto», tant’è che il collega de «L’Unità», Alberto Crespi, l’ha giustamente definito «per palati fini». Anzi, diciamo pure quel che la pancia mi suggerisce ancora adesso, a distanza di mesi dalla prima visione: La bocca del lupo è un vero e proprio gioiellino.
Si svolge a Genova, nella città vecchia che ancora sa di porto e di navi e di viaggi per mare, fino a un’irreversibile mescolanza di culture ed etnie. Racconta la storia di un uomo dal viso così vero da sembrare improbabile, e così pieno ed espressivo da sembrare dipinto. Lui è appena uscito dal carcere, e nel suo tornare verso casa mescola i ricordi personali con quelli della città e dei suoi luoghi, per poi giungere in uno spazio mentale che sa di realismo magico, anche tenebroso. Poi si ricongiunge – ma questa volta nella realtà – con la persona che aveva conosciuto molti anni prima in prigione, e di cui s’era perdutamente innamorato, e con la quale aveva comunicato in via clandestina. Non perché fosse una donna, piuttosto perché lei si trovava nella sezione dei transessuali. Anch’ella è un diverso come lui, e non solo per questioni sessuali, e nemmeno di emarginazione, pur essendo entrambi esclusi dalla società tutta, ivi compreso quella carceriera e malavitosa, ma soprattutto a causa del loro amore totale, che li rende due spiriti fuori dai nostri tempi. Nella lunga inquadratura fissa che chiude il film, e li ritrae mentre si raccontano, e raccontano alla telecamera la loro storia, c’è una tale variegazione di pensieri, e di colori, e di sentimenti, e di abiti, e di oggetti, e di anime, che sembra il non plus ultra della diversità, anzi, l’idea astratta della diversità.
La cosa incredibile è che proprio a partire da questa assoluta non omologazione rispetto al mondo di fuori, e dell’uno rispetto l’altro, il modo in cui esprimono il loro amore purissimo, che è anche reale e progettuale, li ritrae come uguali: non solo reciprocamente, fusi come sono all’interno di un sentimento totale, ma rispetto al modello assoluto dell’uomo. Insomma, questo amore sottolinea così tanto la loro umanità che alla fine è quella che prevale sulle rispettive diversità, fino a farci sembrare Enzo e Mary (così si chiamano, ma che c’importa?) uguali, davvero uguali. Perfettamente identici nella dignità del loro essere «altri».
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