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Treseizero Magazine n. 1/2010 Da Spinelli al sushi: l’Europa del discorsificio

L’impasse del genocidio

1 commento

genocidio

2/2010

La Commissione Affari Esteri della Camera dei Rappresentanti degli Stati Uniti, lo scorso 4 marzo, ha approvato una risoluzione nella quale si dichiara che nel 1915 gli armeni che risiedevano nell’Impero ottomano furono vittime di un genocidio. Analoga risoluzione era stata approvata dall’Assemblea Nazionale francese nel 2006. Allora, come oggi, la reazione della Turchia è stata durissima. Un articolo apparso recentemente sul sito della BBC tenta di fare chiarezza, intervistando due storici, Ronald Suny (Università del Michigan) e Guenter Lewy (Università del Massachusetts), che sulla questione hanno idee decisamente differenti. Suny ritiene che l’ordine di uccidere e deportare gli armeni dell’Impero ottomano venne direttamente dal governo dei Giovani Turchi, allo scopo di eliminare una minaccia interna e rendere l’Impero più coeso dal punto di vista etnico e religioso. Dunque, «genocidio» sì, almeno secondo gli standard della Convenzione sul Genocidio, adottata nel 1948. Secondo Lewy, la questione cruciale è comprendere se i Giovani Turchi avessero pianificato in modo intenzionale o meno la morte di migliaia di armeni. Lo storico, che pure riconosce che furono centinaia di migliaia gli armeni che morirono nel 1915, ritiene che non ci fu un piano premeditato per lo sterminio della comunità armena da parte del governo ottomano. Dunque, «genocidio» no. Tenta di uscire dall’impasse l’autore dell’articolo che invita tutti a riconoscere che ci si trova di fronte a una genuina controversia storica che dovrebbe essere risolta dagli studiosi e non dai politici. Dopo la storica firma, lo scorso ottobre, di un accordo di normalizzazione dei rapporti tra la Turchia e l’Armenia, sarebbe forse opportuno seguire il consiglio dell’autore.

  1. Maurizio Fenati scrive:

    leggete le opere di molti profughi Armeni.
    Ad esempio “la masseria delle allodole” di Antonia Arslan.

    Poi possiamo anche negare che gli ebrei siano stati decimati nei campi di concentramento per convenienza politica.

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