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«Salute a tutti!»: regole, risorse, proposte 4 lezioni per l’alternativa

Chi, Cosa, Dove, Quando, Perché

1 commento

anticamere

2/2010

a cura di Elsa Pili

CHI

Di certo non si può dire che i candidati alle elezioni regionali non abbiano dato fondo a tutte le riserve di creatività. Sia il Corriere della Sera che la Repubblica pochi giorni prima delle elezioni presentavano un’ampia rassegna di alcuni fantasiosi esempi di campagne elettorali. Se da una parte rimarrannp impressi manifesti con slogan come «La forza della competenza» e sopra attaccato il cartello «manifesto abusivo», dall’altra ci sono candidati che hanno esplorato le nuove frontiere della comunicazione politica, come Davide Boni della Lega Nord, che per l’inaugurazione della sua campagna ha messo in scena in Largo Cairoli, a Milano, una sorta di guerrilla, con decine di sue sagome a grandezza naturale che reggevano il cartello «Tanti.. ma Boni». Giudizi di merito a parte, viene da chiedersi cosa accadrebbe se la stessa energia e dedizione profusa in campagna elettorale venisse dimostrata anche durante gli anni di mandato. A Boni, che poi è stato eletto nel Consiglio della Regione Lombardia, l’onere di dimostrare la bontà della scelta dei suoi elettori (tanti).

COSA – La riforma dei licei, di Francesco Russo

russo

Cosa rimarrà della sbandierata riforma della scuola superiore una volta dissipatasi la nebbia mediatica che ne sta accompagnando il varo? Molto poco, a giudicare da quanto trapelato finora. Alla razionalizzazione, che pure serve, non si accompagnano né idee nuove, né soprattutto le risorse necessarie per metterle in pratica. E irrisolto rimane il nodo storico della scuola italiana: garantire a tutti pari opportunità di formazione, indipendentemente dalla classe sociale (ebbene sì) e da cosa fanno di mestiere mamma e papà.

C’era una volta (e forse c’è ancora) il liceo old style di Giovanni Gentile. Dal 1922 – anno della riforma del filosofo/ministro che raccontava a Mussolini «la più fascista delle riforme» proprio mentre gliene stava confezionando una di stampo liberal-conservatore – in Italia è cambiato quasi tutto. Mentre, però, leggi coraggiose e spesso lungimiranti hanno nel frattempo saputo «inventare» la scuola dell’infanzia, innovare profondamente quella primaria e unificare la scuola media, ben poco è cambiato nei modelli e nei modi in cui ancora oggi si fa scuola superiore nel nostro Paese.

Benvenuta allora la proposta di riforma del ministro Gelmini a superare un modello vecchio di 90 anni? Mica tanto, almeno a giudicare da quanto si può capire finora. È senz’altro vero che si fa un po’ di ordine. Sei licei (ma ci saranno davvero quelli in cui fare danza e musica ad alto livello?), due settori e undici indirizzi tecnici, altrettanti settori e sei indirizzi per quelli professionali (con la criticità della sovrapposizione alle attività delle Regioni…). È altrettanto chiaro, tuttavia, che rimangono intatti i dubbi su quanto, dissolto l’effetto annuncio, rimarrà veramente agli studenti in termini di maggiori opportunità, sulla tempistica che, per affrettare i tempi del nuovo modello, rischia di gettare nel caos istituti e famiglie, sui tagli di organico e di risorse che Tremonti continua a imporre e che sembrano il vero filo conduttore di riforme troppo simili a specchietti per le allodole.

Il problema, in fondo, è tutto qui. Per quanta buona volontà ci metta la ministra, sembrano ancora mancare le idee, e soprattutto i soldi per risolvere i problemi storici della secondaria italiana. Che assumono il volto della dispersione, della separatezza fra percorsi liceal/generalisti (di serie A) e professionali (di serie B), di quella selezione «di classe» ereditata dal modello gentiliano e ancora irrisolta a quasi un secolo di distanza.

«Vogliamo che all’università entrino i più intelligenti, non i più ricchi» scandivano i trotzkisti francesi degli anni ’40, testimoniando un’inedita vena meritocratica, ma soprattutto l’idea (che ha attraversato le società del ‘900) di una feconda alleanza fra democrazia e istruzione, di una correlazione diretta fra piena scolarizzazione e maggiori condizioni di eguaglianza sociale. Questa idea non ha, però, mai fatto breccia nella scuola superiore italiana, che è rimasta sostanzialmente impermeabile all’onda dei modelli «comprensivi» (tutti insieme nella stessa scuola almeno fino a 16 anni) impostisi in altre realtà europee, e oggi mostra tutte le crepe della sua storia pluridecennale.

È così che fra gli studenti di licei, tecnici e professionali rimangono fossati invalicabili che nessuna «passerella» è in grado di superare, creando una separatezza che spesso è anche di vita e di successo in campo lavorativo. È così che un ragazzo ogni quattro iscritti al primo anno di scuola superiore abbandona senza aver conseguito il diploma. È così che transita dalle superiori all’università l’83% dei figli dei laureati e solo il 13% dei figli di chi ha raggiunto appena la licenza elementare, dimostrando che la scuola è, ancora oggi, uno strumento di selezione che non solo non abbatte, ma rinforza i fenomeni di disuguaglianza sociale basati sulla condizione familiare. Questi sono i problemi di sostanza che l’attuale riforma sembra non affrontare e, soprattutto, non risolvere. Vogliamo parlarne, ministro Gelmini?

DOVE

Sempre di Camere si tratta, anche se diverse da quelle di cui trattiamo di solito. Ma la notizia è talmente importante da non poter passare inosservata: la Camera alta del Parlamento indiano, dopo un iter legislativo lungo 14 anni, ha votato a favore del Women’s Reservation Bill, una legge che riserva alle donne un terzo dei seggi nelle assemblee federali e statali del paese.  Manca ancora il voto favorevole della Lok Sabha, la Camera bassa, perché il provvedimento venga definitivamente approvato, ma il passo più importante e difficile è stato compiuto.  Una nrivoluzione simile, nella più grande democrazia del mondo, ha molto da insegnare a certe democrazie occidentali che sull’argomento sembrano lontani anni luce (vedi il Quando…).

QUANDO

Un ottimo modo per valorizzare l’8 marzo, invece della cena con le amiche o delle mimose regalate dal fidanzato, è stato approfittarne per parlare realmente delle donne. Parlare dei problemi che le riguardano e  porli realmente all’attenzione di tutti. Anche TrecentoSessanta, come sapete, ha colto l’occasione. Prima ancora lo ha fatto il Parlamento europeo, che quest’anno ha scelto come tema la condanna della violenza contro le donne, articolato in una serie di iniziative e testimonianze che prendono forma sia a livello nazionale nei singoli Paesi membri sia a livello comunitario. Vale la pena spendere un po’ di tempo sul sito e informarsi riguardo le numerose iniziative, legislative e di sensibilizzazione. In particolare, segnaliamo l’intervista a Eva-Britt Svennson, presidente della Commissione parlamentare per i Diritti delle Donne e vittima in prima persona di violenza sessuale. Per occuparsi delle donne tutto l’anno.

PERCHÉ

Se siete habitué delle passeggiate per i boschi armati di fucili e avete intenzione di candidarvi per la prossima tornata di elezioni, vi consigliamo di non pubblicizzare troppo la vostra passione perché chi di caccia colpi di caccia perisce (forse). Un sondaggio Ipsos intitolato «Le opinioni degli italiani sulla caccia» e pubblicizzato da Legambiente, alla vigilia delle regionali, rivela infatti che ben «il 69% degli elettori si dichiara contrario o totalmente contrario ai candidati che proponessero regole a favore della caccia, e 4 elettori su 10 cambierebbero di conseguenza il loro voto». La vera notizia, poi, è la trasversalità politica di questa opinione, che non porta il colore di alcuna bandiera. Anche il rispetto della natura e il giudizio su uno sport da sempre fortemente al centro di dibattito sono diventati, dunque, un criterio importante su cui basare la valutazione per l’espressione del proprio voto. Cacciatore avvisato…

  1. danilo scrive:

    ciao mi chiamo danilo sono un ragazzo di 25 anni volevo informazioni per aprire una azienda agrituristico venatoria nella provingia di pavia grazie?

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