Dall’adbusting al tarocco: la democrazia al votoshop
0 commentidi Fabio Fanelli | 0 commenti

2/2010
Tu lo lasci nella Casa Bianca. E loro te lo mettono nella Bat-caverna. Tu lo ricordi come il primo presidente nero per eccellenza. E loro te lo trasformano nel cattivo «bianco» per antonomasia. Si scrive Obama, si legge Joker. Effetto Photoshop: manipolazione di un’immagine, riscrittura di un immaginario. Il trucco è nel «sabotare». A prescindere. Era solo una questione di tempo prima che la continua predisposizione al «ritocco» e alla «modifica» della nostra società iniziasse a interessarsi di una delle sue componenti più affascinanti e potenti: la politica. Accade così che l’icona pop di Shepard Fairey a titolo «Hope» che ritrae Obama, si trasforma nel Joker di Batman a titolo «Socialism». Accade così, che già dal 2000, il «meno tasse per tutti» berlusconiano diventa «meno tosse per tutti». E infine accade così, che l’acronimo UDC sul manifesto con Casini sviluppato nel messaggio «Un Disegno Comune» per le scorse elezioni amministrative, si vede riscritto in un più bontempone «Un Delfino Curioso», o in un più tagliente «Un Divorziato Cattolico».
«Politics busting», per dirla con gli studiosi di nuovi media De Kerkhove e Susca. Sabotaggio semantico erede dell’ «adbusting», termine coniato dalla rivista Adbuster: il giornale dell’ambiente mentale, nata a Vancouver nel 1986 per parodiare, dissacrare, rovinare i contenuti del sistema mediatico e pubblicitario. «Adbusting»: crasi tra il sostantivo «advertising» (pubblicità) e il verbo «to bust» (rovinare).
Dal baffo della Nike a Obama. Dalla doppia M del Mac Donald’s a Berlusconi. Dalla N della Nestlè a Bin Laden. Soggetti diversi, un comune obiettivo: ribaltare il contenuto «manifesto» lasciando intatti layout e grafica originale. Familiarità e straniamento. Riconoscere un deja vù salvo poi accorgersi che un elemento stona rispetto al suo ricordo. Un gioco vero e proprio, a diversi livelli di complessità, profondità e perché no, consapevolezza. Perché smanettare col Photoshop è una cosa, fare «mediAttivismo» in rete è un’altra.
In Italia, come è prassi, questa differenza è stata risolta alla base, italianamente. Via «to bust» che sa troppo di esterofilo e politicamente impegnato, e dentro «taroccare», che sa di partenopeo (o di cinese visti i tempi), familiare e burlesco. «Mandaci i tuoi manifesti elettorali taroccati»: è l’invito di giornali, riviste, blog e siti web. È un po’ l’equivalente politico del «raccontaci una barzelletta». Però in versione visiva, d’impatto sacrilego. E allora tutti giù a photoshoppare. A sbizzarrirsi nel riscrivere slogan, a prendere in giro, a sconfessare i politici senza negar loro il centro della scena. Perché sotto le luci della ribalta l’affronto, lo sfottò e la dissacrazione riescono meglio, più clamorosi. Un dubbio però sorge: ma se tutti taroccano allora non va a finire che non tarocca più nessuno?. Ironico e comico, sempre loro. Yin e Yang di uno stesso carnevale perenne, dove il potente va deriso, dove ogni scherzo vale. Chi avrà la meglio? Ai poster (taroccati) l’ardua sentenza.
(nell’immagine un adbusting del gruppo di mediattivisti baresi Quink sul caso Milioni).
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